Benigno passante che visiti il mio blog,
mi corre l’obbligo di informarti che,
al fine di concedermi una pausa di riflessione,
ho dovuto trasferirmi nell’ufficio
estivo di Cap d’Antibes.
Qui pensami e compatiscimi.

nota: la spirale che compare in primo piano è il monumento al “Perditempo”.
Le donne cosiddette single continuano ad affollare viepiù Splinder, questo è un dato di fatto.In questi giorni in televisione non si parla che di calcio, dei tanto osannati campionati europei che si svolgono in Austria ed in Svizzera.
Va detto che qualche merito ce l’hanno pure se, grazie ad essi, hanno smesso di bombardarci con servizi sull’immondizia napoletana e la piovosità in generale.
Vengo al punto: ieri sera (12 giugno) sono casualmente capitato sul canale dove stava per iniziare la partita Austria-Polonia proprio al momento degli inni nazionali e, con non poca sorpresa, sentendo l’inno austriaco ho riconosciuto trattarsi del brano K 623a di Mozart, la cui versione originale altro non è che l’Appendice alla Piccola Cantata Massonica (Eine Kleine Freimaurer-Kantate) K 623, meglio conosciuta con le parole del primo verso: “Laut verkünde unsere Freude”, datata Vienna 15 novembre 1791.
Va precisato che non appare nel manoscritto originale di Mozart, ma nella prima edizione edita dalla Loggia “Alla Speranza Nuovamente Coronata” nei primi del 1792, dove è descritta: “Per la chiusura della Loggia”.
Lasst uns mit geschlungnen Händen,
Brüder, diese Arbeit enden,
unter frohem Jubelschall.
Es umschlinge diese Kette,
so wie diese heilige Stätte,
auch den ganzen Erdenball!
Lasst uns unter frohem Singen,
vollen Dank dem Schöpfer bringen,
dessen Allmacht uns erfreut.
Seht die Weihe ist vollendet,
wär doch auch das Werk geendet,
welches insere Herzen weiht!
Tungend und die Menschheit ehren,
sich und Andern Liebe lehren,
sei uns stets die erste Pflicht.
Dann ströhmt nicht allein in Osten,
dann ströhmt nicht allein in Westen,
auch in Süd’ und Norden Licht!
e la sua versione italiana (sperando che la traduttrice novarberbenghese non abbia troppo da obiettare)
Lasciamoci stringendoci le mani,
Fratelli, nel portare a termine questo lavoro,
in lieto ed esultante clamore.
Così come stringe questo sacro luogo,
questa catena stringa anche
l’intero globo terrestre!
Lasciamoci con lieti canti
per rendere pienamente grazie al Creatore,
della cui onnipotenza ci rallegriamo.
La consacrazione è compiuta,
possa essere compiuta anche l’opera
alla quale i nostri cuori sono consacrati.
Onorare la virtù e l’umanità,
insegnare l’amore per se e per gli altri
sia sempre per noi il primo dovere.
Allora non soltanto ad Oriente,
allora non soltanto ad Occidente,
ma anche a Sud e a Nord.
In conclusione, la cosa importante è che questo brano massonico, con un nuovo testo di Paula Preradovic, nel novembre 1946 sia stato adottato dalla Repubblica austriaca come inno nazionale.
Grazie alla cortesia di una buona amica, sono stato invitato ad assistere all’inaugurazione del Museo Archeologico di Caburrum che si terrà il 21 giugno 2008, alle ore 15,30, in quel di Cavour, ameno comune della Val Pellice, in provincia di Torino.
Per non smentire la mia proverbiale bontà, non posso che rendervi partecipi dell’evento.

Il nuovo Museo, nato dalla collaborazione tra il Comune di Cavour e la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie, grazie al finanziamento del Settore Musei della Regione Piemonte e della Compagnia di San Paolo, presenterà i reperti archeologie recuperati nel corso di rinvenimenti casuali e indagini mirate nel territorio di Cavour, illustrando i diversi aspetti dell’educazione umana, preistorica e storica, della Rocca e della piana circostante.
Il percorso si articolerà in varie sezioni, dalla preistoria all’alto medioevo, e costituirà una tappa della visita della Riserva Naturale Speciale della Rocca di Cavour.
Il Museo viene allestito all’interno di uno degli ambienti annessi alla medievale abbazia di S. Maria (fondazione del vescovo di Torino, Landolfo, del 1037), anticamente utilizzato come tinaggio (locale coperto in cui venivano depositati i tini per la pigiatura delle uve).
La sala al piano terra, che viene ora inaugurata, è dedicata al municipio romano di Forum Vibii /Caburrum, fondazione legata alla presenza nell’area di un luogotenente di Giulio Cesare, governatore della Gallia Cisalpina tra 45 e 44 a.C., Caio Vibio Pansa, console del 43 a.C. Il Museo stesso sorge sul sito dell’antica città, come ha mostrato il rinvenimento di strutture, presentate al pubblico, nel corso dei lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Verranno esposti numerosi oggetti, in gran carte provenienti da corredi tombali, ma anche da strutture insediative recentemente esplorate nell’ambito extraurbano, ed un ampio lapidario; comprendente iscrizioni a carattere pubblico e privato dall’età romana all’alto medioevo (I-VI/VII secolo d.C.)
Sussidi didattici accompagneranno il visitatore nella ricostruzione delle vicende storiche e nella presentazione delle testimonianze materiali che documentano periodi più antichi di questo territorio posto a cerniera tra le valli alpine e la pianura, lungo percorsi da sempre sfruttati per i commerci e l’approvvigionamento di materie prime, tra le Gallie e Augusta Taurinorum.

Al termine della visita alla mostra descritta nel precedente post ho rinvenuto questo gioiello, evidentemente femminile, sul marciapiede della via San Tommaso e, nonostante approfondite ricerche, non mi è stato possibile risalire alla sua proprietaria.
Sperando di annoverarla tra le lettrici del mio blog, voglio ora chiedere a colei che lo ha smarrito di palesarsi e di contattarmi per concordare le modalità per la restituzione.
Sotto la Victoria cross è chiaramente leggibile, nell´originale, il termine PILLI; è quindi da ritenere si tratti di una dedica.
In questi giorni mi è pervenuto l’invito all’inaugurazione di una mostra ed io, nella mia bontà, ho deciso di rendervi partecipi dell’evento.

Chimere
Miti, allegorie e simbolismi plastici
da Bistolfl a Martinazzi
Virgilio Audagna, Corrado Betta,
Cesare Biscarra, Leonardo Bistolfi,
Davide Calandra, Giovanni Cantono,
Rodolfo Castellana, Gaetano Cellini,
Giorgio Ceragioli, Piero Cerato, Giorgio Dei Poli,
Carlo Fait, Celestino Fumagalli, Mario Giansone,
Pietro Lorenzoni, Mario Malfatti, Bruno Martinazzi,
Giovanni Masoero, Umberto Mastroianni,
Raffaele Mondazzi, Michelangelo Monti,
Gerolamo Pavesi, Aurelio Quaglino, Giovanni Riva,
Edoardo Rubino, Cesar Santiano, Arturo Stagliano,
Giovanni Taverna, Roberto Terracini,
Felice Tosalli, Emmanuel Villanis
6 giugno - 26 luglio 2008 da martedì a sabato 15,30-19,30
Chimere
Arte moderna e contemporanea
Via S. Tommaso 7, 10122 Torino
011 19500694 carlomaria.weber@fastwebnet.it
Con il contributo della Fondazione CRT
In collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, Torino
Il filo conduttore della mostra della mostra è il simbolismo. O, meglio, i simbolismi. Per capirci: il Simbolismo - inteso come fenomeno storico-artistico di derivazione europea, portato avanti dalla scultura "letteraria" di Bistolfi - è soltanto lo spunto del nostro ragionamento critico. Ne è il punto di partenza. Così, a cominciare dal primo decennio del secolo scorso, ossia dall'epoca della piena maturità di Bistolfi e della copiosa fioritura dei suoi discepoli eccellenti, il raggio della nostra ricerca si allarga ai nuovi fermenti del linguaggio plastico simbolista e alle differenti maniere attraverso le quali questo è stato tradotto, nei decenni successivi, dagli artisti da noi presi in esame. Artisti ai quali è toccato in sorte il pesante fardello di raccogliere il testimone della Torino primonovecentesca, vera capitale europea della scultura moderna. Il simbolismo, a prescindere dall'epoca e dal medium che lo esprime, ha delle caratteristiche costanti, ricorrenti: è arcaico e moderno insieme. Ha qualcosa di sofisticatamente primordiale ed è senza tempo. Esso è libero e va a scavare - con la sua visionaria iconografia "psicanalitica" - nelle profondità abissali dell'uomo, dove le ombre più nere attendono i lampi della sua intuitiva forza illuminatrice. I simbolisti non parlano: cantano.
E incantano.
Chimere, dunque. Sogni e incubi, vertigini e deliri. Visioni. Si passerà, allora, dalla molle vaghezza delle ninfe art nouveau (un po' fanciulle, un po' vegetali) alla grazia guizzante delle sirene incantatrici, tipiche dello stesso frangente estetico; ci si muoverà dall'eterea volatilità delle donne-libellula all'ipnotica tensione animale delle sfingi divoratoci; si potrà curiosare nelle ore svagate del pomeriggio di un fauno o sfidare lo sguardo tremendo di Medusa, per poi tornare a scherzare con una naiade dalla scivolosa ambiguità seduttrice. La mitologia pagana ovviamente, sarà il motivo dominante dei soggetti presentati in mostra. Ma anche in questo caso, spesso, con singolari slittamenti verso varianti allegoriche o accezioni simboliche meno "ortodosse". Parleremo, per esempio, del simbolismo "alpestre" del monumento a Segantini di Leonardo Bistolfi (1906), folgorante allegoria della Bellezza liberata dalla Materia, presentata anche nell'interpretazione variata di due straordinari allievi e collaboratori dello scultore-poeta: il molisano Arturo Stagliano e l'argentino Cesar Santiano. E toccheremo interessanti incroci artistici e culturali, come l'incontro tutto torinese - proprio a ridosso della Grande Guerra - fra cinema e scultura, culminato nella produzione de Il fauno (film dalle stremate atmosfere simboliste, scritto, diretto e interpretato da Febo Mari nel 1917) e suggellato dall'identificazione della diva del muto quale estrema incarnazione del fatale magnetismo delle sfingi fin de siecle. Incontreremo, avvicinandoci alla contemporaneità, le naiadi favolose di Adriano Alloati, una materna Niobe asiatica e un Narciso incantato di Roberto Terracini; sfioreremo i satiri tortuosi di Piero Cerato e approderemo - infine - alla moderna mitopoiesi di Bruno Martinazzi. In un percorso pieno di fascino e mistero, balenante di maliose suggestioni. Chimerico, in una parola. Un percorso poetico e scientifico a un tempo, per illustrare la complessa evoluzione del linguaggio simbolista nella scultura torinese del Novecento, da Bistolfi a Martinazzi.

I magici colori di Ollantaytambo (Perù)
sono per Marinella, perché si cosparga
con ognuno di essi ...
I suoi occhi ed il suo cuore
si coloreranno
e lei sarà splendida
come un fiore in primavera!!!
| brunetta: pugno di ferro contro i nullafacenti |
Tolleranza zero contro i fannulloni della pubblica amministrazione. Il neoministro della funzione pubblica: "Colpirne uno per educarne cento"
Ad una prima lettura del titolo ho pensato che ll neoministro della funzione pubblica renato brunetta ce l'avesse con me, poi mi sono rassicurato leggendo tutto l'articolo. nota bene: non è un errore di battitura lo scrivere brunetta minuscolo, è solo coerenza con la sua altezza fisica. |